helenio herrera:

"la storia di un mito"

L'UOMO PRINCIPALE
di Giancarlo Rinaldi (Football Italia, Inghilterra)
Dicembre 1996

Helenio Herrera non era un allenatore qualunque. Mentre tanti in passato erano felici di porsi come figura paterna per i suoi giocatori, lui si vide come qualcosa di più. Il suo stile controverso aprì la via per tanti "eterni" capi del futuro.
Il tecnico argentino non fu un grande giocatore. Le sue prime esperienze di gioco furono in Marocco, prima che le sue doti difensive gli facessero guadagnare un viaggio in Francia. Dopo una lunga ma non particolarmente gloriosa carriera, ebbe la sua prima panchina al Ponteaux, nel 1948.
I suoi anni da giocatore gli mostrarono l'importanza della buona difesa, e fu una lezione che imparò rapidamente nel suo nuovo ruolo. "H.H" fece una rapida ascesa attraverso i ranghi del calcio francese - anche ottenendo la panchina della Nazionale - prima di un trasferimento in Spagna. Atletico Madrid, Siviglia e Barcellona furono i suoi porti principali prima che l'Inter lo prendesse.
Nonostante la sua forte reputazione, molti allora impallidirono di fronte alla richiesta economica fatta ai nerazzurri: centomila sterline l'anno più altissimi premi. Fu una scommessa colossale su un allenatore che aveva vinto abbastanza poco a quel punto della sua carriera, ma fu una scommessa vinta.
Dopo più o meno 15 tentativi, il presidente Angelo Moratti aveva trovato il capo che aiutasse la sua squadra a reggere il confronto contro Milan e Juventus.
Idiosincratico, per dire una parola, Herrera condusse i suoi giocatori con feroce testardaggine e aveva le pareti dello spogliatoio tappezzate da slogan che dicevano "Nel calcio l'uomo che non ha dato tutto non ha dato nulla" e "Il calcio moderno è basato tutto sulla velocità"
Le sue arringhe prima di una partita furono leggendarie, mentre gridava ai suoi giocatori: "Vinceremo perché siamo i migliori. C’è qualcuno qui che ne dubita?"
Fu una ricetta che fece meraviglie per otto anni, ma poi il potere di Herrera cominciò ad indebolirsi. Se ne andò alla Roma e vinse la Coppa Italia, ma fu richiamato all’Inter per tentare di ritrovare la sua vecchia magia nel 1973. Purtroppo, un infarto limitò il suo soggiorno a soli sedici giorni, lasciando la leggenda dei suoi anni di gloria intatta.

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Ecco una delle immagini più recenti di Helenio Herrera con sullo sfondo la curva dello Stadio Olimpico di Roma.


INTERMAGIA
di Giancarlo Rinaldi (Football Italia, Inghilterra)
Dicembre 1996

Gli anni 60 furono la decade dell’Inter, e la ragione di quel successo fu tutta dovuta ad un uomo solo.

Prima che Helenio Herrera arrivasse, il ruolo di un allenatore nel calcio italiano era abbastanza secondario. Il Mago d'Argentina, col suo stile ineguagliabile, fu così superstar dell’Inter degli anni 60 come chiunque dei suoi giocatori, e il suo stile pirotecnico fu un marchio indelebile nella serie A e nei nerazzurri.
Durante tutti gli anni 50, l'Inter fu il secondo violino dei cugini del Milan e degli eterni vincitori di Torino, la Juventus. Più di quanto il presidente del club e miliardario petroliere Angelo Moratti poteva sopportare, e nel 1960 decise di fidarsi dell’interessante ma erratico Herrera.
Armato di soldi, l'allenatore argentino diede forma a una fantastica squadra, e nonostante l'Inter continuasse ad inseguire Juventus e Milan, Herrera usava il suo tempo per creare una super squadra liquidando nel frattempo quei giocatori che non gli piacevano.
Il primo a soffrire fu il suo compaesano Antonio Angelillo, che era stato capocannoniere della Serie A solo un paio d'anni prima. I due non si sopportarono mai, e quando Herrera venne a sapere del romanzo di Angelillo con una donna sposata, lo usò come scusa per cacciarlo.
Il nuovo tecnico era determinato a imprimere il marchio del proprio stile sui nerazzurri, usando i suoi giocatori. La mezzala del Barcellona, Luis Suarez era già un beniamino del ‘difficile’ Herrera da quando allenava i blaugrana, e il suo ingaggio fu visto da molti come essenziale per completare la squadra della Grande Inter.
Il duro difensore Tarcisio Burgnich fu un altro notevole acquisto, che venne ad unirsi ad una già ottima linea difensiva composta da Giacinto Facchetti, Aristide Guarnieri e Armando Picchi. Uniti, formarono una delle barriere più difficili di passare della storia del calcio italiano.
L’Inter fu spumeggiante anche in attacco, con l'attaccante brasiliano Jair affiancato al talento eccezionale del giovane Sandro Mazzola, figlio del leggendario Valentino del Grande Torino. Di fisico esile, Mazzola fece il suo debutto appena adolescente, quando fece l'unico gol della partita contro la Juventus. Fu l'inizio di una lunga storia d'amore tra lui ed il club.
Il primo campionato arrivò nel 1963, e siglò l’inizio del periodo più raggiante della storia dell'Inter. Andando in Europa, vinsero la Coppa dei Campioni al primo colpo, vincendo sul grande Real Madrid. Mazzola fu capocannoniere di coppa con sette sigilli, e questa competizione siglò la sua maturità e anche il traguardo di Herrera come grande allenatore.
Una Coppa Intercontinentale venne subito dopo; lo stesso anno, vincendo sul Indipendente fu il primo club italiano ad ottenerla. Nel fronte nazionale, l'Inter perse il campionato dopo uno spareggio con il Bologna, ma quel successo europeo gli garantì un posto nella massima competizione europea nella stagione 1964-65.
I nerazzurri emergono come il club più importante al mondo dopo aver vinto la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale ancora una volta - questa volta sono Benfica e Independiente le vittime. Questo doppio trionfo consecutivo fu unico in Europa fino a quando il Milan non lo ripeté alla fine dei anni 80.
L’Inter giocò uno stile di calcio teso, ma non gli mancavano i giocatori di fantasia. Sandro Mazzola, una volta fece levare i tifosi locali a Budapest per celebrare un gol che aveva siglato contro la loro squadra. L’accento era posto certamente sulla difesa, come si vede nelle scarse cifre della colonna di gol subiti.
Herrera portò l'Inter ad altro campionato nel 1966, ma la sua era di successi si chiudeva mentre loro scendevano nella classifica. La sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni con il Celtic l'anno successivo, fu presa come un segnale che i suoi poteri magici erano in declino. Restò un’altra stagione, ma dopo otto anni di gloria se ne andò dai giganti milanesi.
L’Inter andò a vincere un altro titolo con molti dei giocatori di Herrera nel 1971, ma ricostruire la gloria degli anni dell’antico allenatore divenne come la ricerca del Santo Graal.


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