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Il Mago scuote la testa. Nel gran salotto non vola un'angelo. Infatti, tutti sono seduti e hanno gli occhi fissi sullo schermo: l'Inter sta cedendo col Bologna, ed i volti sono tesi: Da Picchi a Moratti senior, a Meazza, al neoarrivato Italo Allodi. Helenio Herrera torna a guardare lo schermo e conclude: "Siamo al primo anno, decolleremmo."
Si guarda attorno. (meno male che il Fuffo Bernardini non c'é alla vista). Strano, qui in Cielo dovrebbe essere diverso, le preoccupazioni dovrebbero essere altre, ed invece... la maggioranza sta qua, davanti alla Tivvú.
- Quando si digiuna a lungo, poi si mangia mejor - afferma ad alta voce, rivolgendosi ad Angelo Moratti.- Lippi é buono, ma non disciplina sufficentemente i suoi. Presidente, fossi io là, glielo avrei di certo insegnato. Lei vedrebbe questi ben dritti e vincenti! E senza dolori di testa per Massimo.-
Sorride il presidente, poi torna a guardare la partita.
Intanto, Herrera pensa alle sue note di tecnico. Le ha Facchetti, proprio colui che avrebbe voluto diventasse tecnico.
Allora Facchetti, Picchi, Suárez, Corso, Mazzola. Adesso Panucci, Georgatos, Zanetti, Zamorano, Vieri. Tira un sospiro teso.
- Ho vinto tutto, e mi danno del difensivista. - si lagna.- L'Inter, con me, vinceva e faceva pure i gol. Che volevano, che facessi i gol e poi mi lasciassi raggiungere e sorpassare per una papera in difesa? -
Alle sue spalle, una voce possente, accento triestino,
replica a questa sua osservazione:
- Ciò, guarda che non sei l'unico. Anca a mi me
han dato del catenacciaro. Lo ga deto pure il vicepresidente del Milan,
te ga visto? Cussì, non te preocupè: quel che i ga vinto
no i lo toglie nissun.-
Herrera guarda Rocco, chi altri, e annuisce. D'accordo, non c'è stata giustizia nei loro riguardi. Quando c'erano loro, il treno dei trionfi passava spesso per la stazione di Milano: fosse quella rossonera o quella sua, indimenticabile, nerazzurra. "Milano capitale, Roma succursale".
Vero che il tifo organizzato era nato a Torino, sponda granata, ma fu lui, Herrera, ad organizzare e rivoluzionare davvero piazza e tifosi.
Con Rocco furono rivali, pure quando il paròn andò a Torino e molto di più che negli anni rossoneri. I derby erano una questione non solo di squadra contro squadra, ma anche di allenatori di diversa e grande personalitá. Difatti si dice "l'Inter di Herrera", "il Milan di Rocco".
Eh sì, le lotte dei tempi di Trapattoni e Sacchi erano da ricordare per le somiglianze delle caratteristiche. Due squadre di ottimo livello, due tecnici sulla cresta dell'onda. Lippi e Zaccheroni sono quotati, ma le squadre non sono ancora pronte per dire la loro davvero. Scuote la testa il Mago: sarà solo questione di tempo tornare sull'onda vincente.
Eh no, l'Inter non può ancora regalargli uno scudetto alla sua memoria. Uno scudetto, piú che sportivo, del cuore; un Inter che vola in campo e anche sotto le maglie.
Herrera poté dare il suo contributo al figlio di Angelo, Massimo, per poco tempo. Volle prima Suàrez, il vecchio Luisito dei tempi spagnoli, come tecnico, ma presto fu chiaro che il mitico numero 10 era solo un degno scudiero, non quello che avrebbe potuto ricalcare le sue orme.
Gli mancò di provare con Facchetti, il buon Giacinto però si sentiva a suo agio da dirigente accompagnatore. Non sembrava il caso di farlo sedere a forza su una panchina...
Finisce la partita, e piomba il silenzio. Qualcuno cambia
programma, Gianni Brera fa le ultime note, ed il gruppo nerazzurro esce
preoccupato. Tutti, tranne Herrera.
Armando Picchi lo vede seduto, gli occhi fissi sullo
schermo, gli si avvicina e gli fa:
- Andrà meglio la prossima volta.-
Herrera lo guarda. - Andrà meglio, andrà
meglio... - A sorpresa, alza la voce, chiamando Moratti.- Presidente! Multa
per Picchi. Non si dice mai "andrà meglio", si dice "vinceremo"!
-
Parola di Mago, non si smentisce mai.
Viña del Mar, 9 Novembre 1999